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Tratti
dal volume
"Cinquefrondi
- Storie e leggende"
di Francesco Gerace
Narra
la leggenda che il paese di Cinquefrondi sia sorto durante la splendida
epoca della Magna Grecia, e in particolare grazie ai locresi che, nel
quinto o nel quarto secolo avanti Cristo, molte volte lasciarono i loro
territori sulla costa jonica, per venire a curiosare in
quest’altro versante della costa calabrese.
Naturalmente; non è che i locresi edificarono un centro urbano, perché
il nucleo abitato vero e proprio del futuro paese quasi certamente ebbe
origine qualche secolo dopo la nascita di Cristo. I locresi invece
costruirono due templi pagani, uno, si dice, in onore delle Muse e
l’altro della dea Proserpina.
Non sappiamo invece con precisione se questi due templi furono costruiti
nello stesso periodo o meno. Sappiamo invece, sempre secondo quanto
ricorda la tradizione, che questi templi, di cui pure riferiscono in
vario modo alcuni autori dei secoli scorsi, scorsero uno su un pendio
nei pressi della fiumara (quello dedicato alle Muse) e l’altro nello
stesso posto ove oggi sorge la Chiesa del Rosario.
Il tempio delle Muse era probabilmente destinato a forme di culto
discrete o rare, come testimonierebbe il fatto che venne costruito in
una località che perfino oggi, che esistono le strade e le automobili,
è difficile da raggiungere.
Quale che fosse la ragione per la quale il luogo sacro fu costruito su
quell’ inospitale pendio, certo è che il tempio rimase isolato perché
proprio la natura del territorio circostante impediva, come impedisce
ancora oggi, qualunque insediamento urbano degno di tal nome. Il luogo
dove, secondo la tradizione, sorgeva il tempio, è ben visibile dalla
superstrada che collega jonio e tirreno, appena fuori di Cinquefrondi in
direzione nord. Ne sono testimonianza i ruderi di altre costruzioni che
su quel luogo sacro sarebbero sorte in epoche successive e in qualche
modo giunte fino a noi.
A riprova del fatto che la leggenda dei greci ha un qualche fondamento
reale c’è una testimonianza linguistica significativa: tutta l’area
nei dintorni del luogo dove sarebbe sorto il tempio delle muse, ancora
oggi viene indicata con il termine dialettale “musucampu” , che vuol
dire appunto zona delle Muse o campo delle Muse.
Il tempio dedicato a Proserpina, invece, oltre che un sito sacro
rappresenta evidentemente anche una sorta di punto d’incontro per le
genti dell’epoca, tanto che attorno ad esso sorse un piccolo nucleo
abitato. La tradizione vuole che il quartiere attorno all’attuale
Chiesa del Rosario sia il più antico di Cinquefrondi.
Di questi due templi pagani si parla spesso nelle storie e nelle memorie
cittadine. Si ricorda infatti che sulle rovine del tempio delle Muse,
nel quarto o nel quinto secolo dopo Cristo sorse un convento per molto
tempo retto dai monaci basiliani, fra i quali visse San Filippo D’Argirò.
Il convento, sembra, fu abbandonato intorno alla metà del settimo
secolo. Non era ancora tramontato il medioevo che probabilmente altri
monaci andarono a stabilirvisi. Fra abbandoni e rinascite, la vita del
convento cessò definitivamente nel febbraio del 1783, quando fu
distrutto dal terremoto che colpi la Calabria e Cinquefrondi in
particolare che fu rasa al suolo e subì 1343 morti.
Il convento, ancora oggi erroneamente indicato come quello di San
Filippo, da allora non è più stato ricostruito. Oggi ne rimangono
alcuni ruderi parzialmente coperti da sterpaglia e, come detto, visibili
dalla superstrada. Si sono conservati fino a noi alcuni muri
perimetrali, una scalinata, una parte del pavimento e una sorta di
grotta, forse luogo di preghiera. Analoga sorte subì quasi certamente
il tempio di Proserpina che, in epoca cristiana, non fu distrutto ma
riadattato alle esigenze della nuova fede religiosa e trasformato in
chiesa. Naturalmente non c’è alcuna fonte che ci dica quando ciò
accadde.
Come si vede, fra un avvertimento e l’altro, di cui la tradizione
riferisce, corrono anche molti altri secoli di differenza, lasciano
vuoti enormi nella memoria delle vicende cittadine, che probabilmente
nessuno colmerà mai.
Un’altra delle storie che si narrano con passione riguarda l’origine
del nome “Cinquefrondi” , che
si vuole dovuto ai cinque villaggi che in epoca imprecisa probabilmente
medioevale, si riunirono, forse per difendersi da un comune nemico. I
nomi di questi cinque villaggi, ognuno dei quali votato ad un santo,
erano: San Demetrio, San Pantaleone, San Lorenzo, Santa Maria e Sant’Elia.
Un fatto che immediatamente colpisce la curiosità di chi si interessa
delle storie e memorie cinquefrondesi è che nella tradizione urbana
culturale e linguistica dell’attuale paese non vi è la minima traccia
di questi villaggi, e solo per tre di essi si può parlare di
riferimenti lontani e indiretti.
Per esempio, di San Pantaleone, Sant’Elia e San Lorenzo non solo si ha
una traccia circa le loro possibili ubicazioni reali, ma nella memoria
onomastica del paese non compaiono mai i nomi di Demetrio, Elia o
Lorenzo. Se anche fossero scomparsi eventuali ruderi o documenti
comprovanti tempi e modi di esistenza dei villaggi, almeno un nome di
persona sarebbe dovuto giungere fino a noi. Ciò significherà pure
qualche cosa, evidentemente.
Con il nome di Santa Maria oggi viene indicato, invece, un antico
quartiere del paese, mentre unica discendenza di San Pantaleone è il
nome di una contrada, lontana dal centro abitato, denominata in dialetto
“Santu Pantu”. Di San Lorenzo esiste invece solo un altarino (o
edicola) in Piazza Marconi.
La tradizione riferisce di un Sant’ Elia che sarebbe vissuto in un
monastero ubicato nelle campagne al confine fra l’attuale territorio
di Cinquefrondi e quello di San Giorgio Morgeto. Ma questo Sant’Elia
non c’entra con il villaggio che portava lo stesso santo.
Un’altra tradizione vuole poi che uno dei cinque villaggi fosse
dedicato a San Leonardo anziché a Santa Maria.
Collegata alle leggende dei villaggi c’è quella muraglia, quasi
certamente un castello, sorto forse in epoca medievale nei pressi
dell’attuale Chiesa del Carmine, in quella zona del paese ancora oggi
denominata “castello”.
La storia del castello ha maggiori riscontri rispetto a quella dei
villaggi, non solo perché diversi autori del passato ne riferiscono
descrivendone anche l’aspetto in modo più o
meno particolareggiato (d’altronde siamo anche più vicini nel
tempo), ma anche perché c e una zona del paese , proprio all’esterno di quella che potrebbe essere la cinta muraria del
castello, denominata “arretu a li mura” (letteralmente “dietro le
mura” o “fuori le mura”).
Di per sé questa non è una
testimonianza definitiva e diretta dell’esistenza e dell’ubicazione
del castello, ma certo indica con chiarezza che una parte del nucleo
urbano risiedeva al di fuori del castello, appunto, o forse in un centro
abitato vero e proprio, al quale un residuale muro di un vecchio
castello faceva da margine.
Un’altra delle storie che si tramandano sostiene poi che in quella
parte dell’abitato vivessero gli ebrei, scacciati dal paese vero e
proprio, e che la denominazione “arretu a li mura” marcasse il senso
di esclusione e di emarginazione cui gli ebrei erano costretti dagli
altri abitanti di Cinquefrondi. Di tutte queste storie, naturalmente,
non ci sono tracce documentali.
Con le storie e leggende ci fermiamo qui. Crediamo sufficiente aver dato
un’idea delle lontane e controverse origini di questo paese e di
quelle che, forse arbitrariamente, abbiamo ritenuto le più
significative fra le vicende che la tradizione popolare e orale,
talvolta anche testi scritti, hanno tramandato fino a noi, e chissà con
quante variazioni.
Di sicuro, la storia anche lontana di Cinquefrondi non deve essere stata
troppo differente da quella dei nostri tempi. Nel senso che è una
storia fatta di persone comuni, di famiglie, soprattutto di contadini,
oggi anche di studenti, impiegati e commercianti. Ma è fondamentalmente
una stona attraversata dalla semplicità e dalla povertà, dai sacrifici
e qualche volta dal benessere, sempre dalla fatica.
Non può essere taciuto che da qui sono passate generazioni di uomini e
donne che, neI silenzio dell’anonimato e senza le pretese di mutare il
corso dei tempi, hanno fatto la loro parte nella storia del mondo. Hanno
lavorato ed amato, hanno arato la terra ed edificato. Hanno sofferto
l’ira della natura e quella delle genti vicine. Hanno ricostruito il
loro paese dopo ogni calamità, ne hanno conservato con cura le sue
case, le sue chiese e le sue vie, consegnandolo un po’ alla
volta fino a noi, ultimi arrivati, cui spetta ora il gravoso compito di
conservarlo bene per coloro che verranno.
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